Il Costume popolare in Italia di Emma Calderini

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Popolana del Lago di Como, Calderini Popolana del Lago di Como, Calderini Giulia Caminada

Del 1934 è invece il testo Il costume popolare in Italia di Emma Calderini . Presentato come <>. Nella Prefazione del 1934, E. Bodrero evidenzia <> . Benché il volume appena citato sembra collocarsi in un processo di stereotipizzazione dei costumi regionali, uno sguardo alla Lombardia nel suo vestire popolare trova illustrato e descritto la Contadina di Parre in abito festivo, la madre col bimbo (Vallate bresciane), la Contadina di Bagolino in abito invernale, la Popolana del Lago di Como, la Popolana della Brianza, la Sposa di Premana, la Giovine donna di Grosio (Valtellina), la Contadina della bassa Valtellina, la Giovine donna di Delebio in abito festivo, la Montanara dei dintorni di Sondrio, il Montanaro dei dintorni di Sondrio, il Popolano di Varese, il <> mantovano, il Contadino dei dintorni di Viggiù; la Donna di Germignana in abito di gala. In base ai disegni e alle annotazioni della Calderini, il vestire popolano consiste, schematicamente, per la donna nei seguenti elementi: camicia, corpetto, gonna larga arricciata in vita; scialle o fazzolettone; grembiule; fazzoletto da testa; calze ai ferri e calzature (zoccoli, raramente scarpe); pochi o nessun gioiello; la pettinatura. La gonna è ampia di taglio e lunga fino quasi a radere la terra, spesso increspata a scannellature alla vita. Il grembiule è anch’esso ampio e si allaccia e pende dalla vita fino a pochi centimetri dall’orlo della gonna ma può anche essere rimboccato per maggior agilità o per essere utilizzato come recipiente di oggetti, panni, commestibili. Nell’Introduzione al volume della Calderini, A. A. Bernardy evidenzia come a Bormio e altrove sia bianco per le spose e per le grandi feste religiose, se no scuro; a Grosio si porta bianco alle nozze e ai funerali di <>; a Premana invece, per nozze, rosso vivo; nero per lutto. A Saronno si metteva in chiesa il grembiule alle spose al principio della funzione, si levava alla fine. A Varese si rimette il grembiule quando si torna dal lavoro. Il corpetto è generalmente attillato e abbottonato sul davanti, smanicato o a maniche lunghe piuttosto aderenti, può stare dentro o fuori la sottana; se sta fuori, il grembiule gli si allaccia sopra. La camicia è quasi sempre bianca. Un abbinamento tipico poteva comprendere la camicia con sopra il corpetto, la sottana e il sovrapposto grembiule, lo scialle o il fazzolettone incrociato sul davanti e puntato attraverso i lembi ai fianchi dentro ai cintoli del grembiule. Il fazzoletto da testa si portava in vari modi: da chiesa o in inverno piegata a triangolo e annodata sotto il mento; durante i lavori, ad esempio, nei campi, piegato a triangolo ma posato più basso sulla fronte in modo da nascondere i capelli e fornire un lieve riparo dal sole e legato sulla nuca, sotto la crocchia. Rarissimo è il cappello se si esclude l’abito da moncecca lariano. La calzatura si compone di calze di filo grosso e zoccoli, raramente scarpe per la festa. Più comune a tutti la distinzioni fra zoccoli per il giorno di lavoro e zoccoli per il giorno di festa. Gli zoccoli si portano indifferentemente sia con le calze sia senza. Gli ori e i gioielli sono molto pochi e variano da zona a zona: si rintracciano fermaglio, boccoli aderenti all’orecchio o pendenti, catenina, qualche volta braccialetto, coralli. Dal materiale raccolto, l’argento da testa si configura come la caratteristica principale dell’adornamento lombardo. Si compone di spadini e cucchiai di svariatissimo lavoro e modello: quelli del Varesotto, poco lavorati, si differenziano da quelli della Brianza, molto lavorati. La raggera di Germignana finisce all’orecchio mentre quella della Brianza incornicia tutto l’ovale del viso fino al collo, per non dimenticare le forme più dimesse come il coazz di Premana che fissa le trecce e i loro nastri di seta alla testa con due semplici gucc di ferro a capocchia d’ottone. La contadina di Parre ha raccolto le trecce sostenute da imbottitura e frammischiate a nastri colorati o viola o celesti a sostenere una raggi di spilloni di metallo bianco; la contadina di Bagolino ha i capelli tirati sulla nuca e suddivisi in treccine acconciate a semicerchio con uno spillone che le attraversa da una parte all’altra e termina con due palle filigranate d’argento e d’oro; la popolana della Brianza ha spadini d’argento nei capelli; la sposa di Premana ha i capelli ben tirati, annodati dietro la nuca con due nastri di seta e ornati da due aghi con la capocchia d’ottone lavorato, posti verticalmente attraverso i capelli; la donna di Germignana in abito da gala ha spadini d’argento nei capelli. Nell’Introduzione, Bernardy ricorda poi la sopravvivenza del costume di Parre per voto fatto nel ‘600 da quelle donne di non mutare più l’adottata austerità del costume, per scampata pestilenza. Indica come caratteristico il vestito di Premana, col suo vestideel di mezzalana, tutto d’un pezzo, allacciato dietro e aperto davanti a lasciar vedere il pezzal di cartone, foderato di seta e ricamato d’oro, che segue la regola liturgica del colore per i giorni festivi; e nei giorni di lavoro, più sobrio di tessuto e di colore, serve da puntaspilli nella sua parte interna. Altra curiosità del costume di Premana è la bidoie che quando dondola e tintinna troppo sensibilmente serve a dare all’opinione pubblica un preciso concetto della serietà della ragazza che lo porta . Per gli uomini, smesso l’uso dei calzoni corti, del corto farsetto o delle lunghe falde che si incontravano comunemente a metà Ottocento, un abbigliamento tipico comprende: la giacca, i calzoni lunghi, la camicia con o senza panciotto, con o senza fascia multicolore ai fianchi. Inoltre, bisogna tenere presente la distinzione – sia nell’abbigliamento femminile sia in quello maschile - fra feriale e festivo, segnalata dalla scelta di materiali più fini per i giorni di festa rispetto a quelli più grezzi dei giorni di lavoro; dall’esibizione di capi ricamati o con colori più vivaci; dall’ornamento con oggetti preziosi; dall’uso di capi meno abituali e funzionali. Certo è che il costume popolare, soprattutto fuori dalle città, si sviluppa con estrema lentezza e quasi esclusivamente sulla spinta di esigenze elementari. Le corte brache del contadino lombardo sopra citate possono essere ricondotte al XIV secolo e potrebbero identificarsi con le strettissime <> documentate da una cronaca del 1388, indossate sotto le calza nell’abbigliamento elegante, e da sole nella fatica quotidiana mentre le calze si tengono arrotolate. Solo dalla fine del XIV secolo, il costume popolare comincia ad includere le calzature, che sono più comunemente zoccoli di legno, e il copricapo. Nel XV secolo, l’uso della berretta sarà quasi generalizzato anche a livello popolare. L’influenza del costume colto, o comunque cittadino, su quello delle classi subalterne, quando si verifica, è mutuata con grandi ritardi; da qui il carattere arcaico di questo rispetto all’altro. Nel costume femminile fino al secolo XVII, l’abito è composto di due pezzi: la sottana e il bustino da indossare sulla candida camicia. Elemento quasi portante di tale abbigliamento, è il grande grembiule di tela da legare in vita; nei corredi più modesti il numero degli <> è spesso superiore a quello delle vesti. Il bustino rigido, terminante a punta sul davanti, e la piccola collana di coralli, punti di riferimento con un costume cittadino, rimarranno in molte zone della Lombardia una componente fissa degli abiti femminili delle aree emarginate ancora fino agli inizi del nostro secolo. Lo stesso avviene per la marsina che, nel mondo popolare, non subisce quasi l’evoluzione verso il <>, ma rimane a falde diritte e squadrate con una linea quasi secentesca . Le fonti per una storia del costume popolare lombardo Ritratti di pittori e ritratti fotografici sono fonte indiretta di grande importanza per lo studio dell’abbigliamento lombardo dell’Ottocento e Novecento. Da fine Settecento è però possibile utilizzare anche documenti diretti prodotti da osservatori della realtà lombarda con l’intenzione di descrivere e tramandare proprio l’immagine del vestire locale come uno degli elementi di quegli “usi e costumi” verso i quali stava andando l’interesse di studiosi e di un pubblico sempre più vasto. Molteplici testi di racconti di viaggio o letterari testimoniano questo nuovo interesse per il costume popolare e proprio in questo periodo inizia a intensificarsi la produzione di album di incisioni, acqueforti, acquerelli di costumi. La letteratura di viaggio – fra intento documentario e quadretti di genere – forse meglio di altro esprime la predilezione per i nuovi temi, con le indicazioni di “usi e costumi, con una predilezione per quelli più semplici e selvaggi”. Semplice, selvaggio e pittoresco. Aggettivi che ben si prestano a connotare il vasto universo dell’abbigliamento popolare. Nel primo Ottocento, il costume tradizionale diventa una delle curiosità, una delle cose che il viaggiatore deve vedere. Anche se con atteggiamenti che del vestito dei luoghi coglie soltanto l’aspetto più esteriore, più folklorico. Scrive G.P. Gri a proposito della Valsesia, riflettendo su un testo di S. Pellico inerente la tematica : <>. I documenti sul costume tradizionale che forse meglio di ogni altro ci aiutano a capire la realtà sono le cartoline illustrate aventi per soggetto i costumi. Rappresentano un altro elemento importante nella ricerca sulla storia della trasformazione dell’abito popolare tradizionale e per individuare – attraverso un attento lavoro di comparazione – gli stereotipi e i luoghi comuni. Nella prima metà del Novecento, le adunate e sfilate in costume, così come le mostre dei prodotti artigianali dell’Italia “rurale” furono favorite dal regime fascista per scopi o propagandistici o comunque attenti all’effetto spettacolare, più che all’aderenza alla realtà. Basti, ad esempio del genere, l’opuscolo Costumi della Regione Comenese stampato per iniziativa dell’Azienda autonoma della Stazione di Cura, Soggiorno e Turismo di Bellagio del 1930, dove sono si racconta dell’iniziativa dell’Azienda del 20 settembre 1929, quando a Bellagio <>. L’opuscolo riporta nella sezione TAVOLE, diciannove fotografie riportanti: Brianzole; Fidanzati Brianzoli di Erba; Sposi Brianzoli di Erba; Brianzole di Merate; Brianzoli di Merate; Costumi di Moltrasio; “Matele” di Grosio (Valtellina); Sposi di Grosio; Fidanzati valtellinesi; Giovani comare valtellinesi; Comari valtellinesi; Comari valtellinesi; Giovani fidanzati di Valtellina; lavoratori di Val Vigezzo; Massaia di Val Vigezzo; Contadine di Gremio; Contadine di Sueglio; Macugnaga; “Bosin” di Varese. Il libro della Calderini – secondo la già citata interpretazione di Gri, si inserisce in questa temperie di stereotipizzazione dei costumi regionali. Ma nuove pagine possono essere ancora scritte, attingendo a materiali di settori che si sono occupati – seppure in maniera indiretta – del costume tradizionale e popolare. Si pensi al cospicuo settore degli studi linguistici e dialettologici: dagli atlanti linguistici e linguistico-etnografici “Wörter und Sachen”, alle inchieste dell’A.L.I. con il ricco materiale fotografico anche in riferimento al costume a quelle dello Scheuermeier per l’A.I.S; dai vocabolari dialettali agli etnotesti scritti e/o registrati. Ma anche per tutto l’arco alpino, le guide del CAI (Club Alpino Italiano) con i loro capitoli relativi agli usi, costumi, tradizioni dei valligiani. Alla memoria delle persone, soprattutto i più anziani che hanno indossato o visto indossare dalle generazioni che li precedevano il costume tradizionale. Allora l’abito potrà differenziarsi per l’aspetto linguistico e l’aspetto linguistico potrà aprire spazi di riflessione e di novità talvolta impensati, espressione particolare del contesto o dei contesti che hanno generato le espressioni considerate.

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