Cantori di Carpino

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Cantori di Carpino Foto Darwin Lega

Testimone della Cultura Popolare nel 2005 ®

 

I Cantori di Carpino sono uno dei punti di riferimento della musica popolare italiana. Antonio Piccininno, classe 1916, e Antonio Maccarone, classe 1920, sono gli anziani del gruppo, genuini interpreti di un importante patrimonio, testimonianza autentica della ricca tradizione musicale del Gargano.

Tra i brani del loro repertorio spiccano soprattutto esempi della forma più tipica del canto carpinese, il sonetto, con le sue diverse varianti, dalla Montanara, alla Rodaniella, alla Viestesana. Il tutto sempre accompagnato dai suoni unici di tamburelli, castagnole e chitarra battente.

Grazie alla loro memoria e alla forte energia che trasmettono non si sono perse quelle tradizioni che hanno reso Carpino uno dei templi della musica tradizionale italiana e la capitale della tarantella del Gargano. 

Sono stati premiati come Testimoni della Cultura Popolare ® 2005 per la Provincia di Foggia.

 

Le chitarre sono costruite generalmente con la cassa, il manico e la paletta in noce, mentre le fasce possono essere in ciliegio o noce; per il manico e la paletta può essere impiegato anche l’acero. Negli strumenti antichi le fasce potevano avere alternanza di legni talvolta con inserimenti in avorio. Esistono modelli a quattro o cinque corde, quest’ultima di bordone e modelli, specie in area pugliese, a quattro o cinque corde doppie nonchè a dodici corde; in ogni caso l’accordatura avviene all’unisono.

Caratteristica di queste chitarre, sia che abbiano una sola buca centrale sia che ne abbiano tre, è la cosiddetta “rosa” decorazione in legno, cartoncino o pergamena così chiamata perchè spesso ne emergeva un piccolo fiore di carta. In periodi di guerra o autarchici, in cui non era possibile reperirle dai liutai, gli anziani ricordano che le corde della battente si ricavavano dai fili di acciaio dei freni delle biciclette.

La battente nostra – precisa Piccininno – è differente da quella di Cerignola, è un po’ più piccola e non ha i due fori sopra il piano armonico. Come anche “u’ tammuru”, la “tamorra” è diversa da quella salentina. Il tamburello è fatto con una fascia di castagno o faggio con inseriti i sonagli e ricoperta con pelle di capra o di montone. La nostra ha un altro suono, di tonalità più bassa, perchè a Carpino il legno non viene snervato. Sono per lo più costruiti artigianalmente, anche se oggi si utilizzano gli strumenti moderni per la curvatura del legno del cerchio.

Antonio Piccininno è il riconosciuto guardiano della tradizione. Non solo perchè l’ha custodita e trasmessa cantando, ma anche perchè si è accollato un compito difficile e di straordinario valore sociale e culturale: mettere per iscritto questa sapienza orale prima che sia troppo tardi. Ci mostra i tre album di computisteria in cui ha raccolto sotto il titolo vergato a mano per ognuno “Antonio Picininno, ‘Suneti che canto io’ primo volume”, ben 300 sonetti parte dei quali pubblicati nel volume di Francesco Nasuti, con annesso CD, Alla Carpinese. Il sonetto garganico nei canti popolari di Carpino (Edizioni FN Monte Sant’Angelo). “Mo’ ti dico una cosa”, e racconta così, com’è nata l’iniziativa: “Stavo camminando per il paese, era sera e rientravo a casa, quando incontrai Bernardino Gaetano che mi disse: <Zio Antò, è venuta una persona da monte Sant’Angelo che vuole capirne di più dei canti popolari nostri. Li vuole sentir suonare>. Allora ci riunimmo una sera nelle sezione comunista2 io, Bernardino Andrei e Rocco e conoscemmo questo professore per il quale abbiamo cantato e suonato. Poi ci ha detto che avrebbe voluto costruire un libro sui cantori di Carpino. Abbiamo fatto le fotografie, registrato le canzoni su cassetta; ogni domenica venne poi a risentirci. A questo punto ci siamo chiesti: come facciamo a far uscire ’sto libro? Allora ho cominciato la mia ricerca con tutte le persone anziane del paese (ben cinquantatro informatori) e ho raccolto i sonetti. Trent’anni di lavoro il cui risultato è in questi quaderni. Ho continuato a raccoglierli anche dopo che, grazie alla Comunità Montana, siamo riusciti a pubblicare il libro; ci sono le parole e ho trascritto anche la musica. Sono riportati 140 sonetti, ma ne ho altrettanti ancora da pubblicare.”

Una straordinaria azione di salvezza per una cultura immateriale dal valore inestimabile, per quello che è oggi considerato il patrimonio intangibile, labile, sensibile, a sottolinearne la precarietà. A Carpino può dirsi salvo. Infatti, al lavoro di Antonio, si è aggiunta la rinascita del canto.

I giovani non sapevano, il canto si stava perdendo. Poi un giorno, mentre stava per finire una festa, lì vicino alla chiesa, passò Nicola Gentile con la moglie e mi disse: <Zio Antonio, mi piacerebbe si facesse un gruppo per continuare a cantare alla maniera vostra, le cose antiche>. Il giorno dopo ci trovammo a casa sua con altri musicisti giovani e da quel momento non ci staccammo più.”

Tratto da Valter Giuliano, "Canti, Pupi e Tarante, Incontri con i testimoni della cultura popolare", pubblicazione del progetto editoriale della Rete Italiana di Cultura Popolare.

 

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