Uccio Aloisi Gruppu

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Testimone della Cultura Popolare nel 2005 ®

 
Autoprodotto dalla Rete Italiana di Cultura Popolare. Riprese effettuate il 30 Luglio 2006, presso il Borgo Medievale, Torino
All'interno del Festival Internazionale dell'Oralità 2006

Uccio, nato a Cutrofiano il 1 ottobre 1928, è deceduto il 21 ottobre 2010. Era il grande mattatore della pizzica e del canto popolare del Salento. Ha sfidato l’età con la sua arma migliore, la voce: Sono stornelli, nenie, canti alla stisa, pizziche, canti di lavoro che hanno accompagnato la sua vita di fatica nei campi o nelle cave.

Il suo “Gruppu” è composto da giovani musicisti che in lui vedono la tradizione e la memoria, valori da non disperdere così come la sua voce, che rimane incisa nella pelle di chi lo ascolta anche soltanto una volta.

Uccio Aloisi è premiato come Testimoni della Cultura Popolare 2005 ® per la Provincia di Lecce.

 

"Nella mia famiglia siamo tutti figli del canto. Mio padre andò a letto cantando, poi si fumò l’ultima mezza sigaretta e l’indomani mattina era morto. Ma sempre, quando alla sera, massacrato dalla giornata di lavoro nei campi si ritirava a riposare, continuava dal letto a fare il controcanto a noi che qui, proprio qui dove siamo adesso, infilavamo il tabacco. Insieme a me cantavano le mie quattro sorelle e mio fratello. Mia mamma era una prefica e insieme a una comare era chiamata per i funerali a fare i canti del dolore."

E intona la nenia con strofe che non hanno alcun riferimento diretto con il dolore funebre ma commuovevano, facevano piangere: “Ieri sera piantai un dattero/ e la mattina lo trovai fiorito” e spiega che le strofe erano interrotte dagli “Ahi” e altre espressioni di dolore, che a volte si sovrapponevano al canto stesso.

Gli chiedo della  sua vita contadina, del lavoro. "Io i lavori li ho fatti tutti meno che il ladro. Anche perché quando rubai, per fame, una volta il grano del Consorzio quando c’era lo sciopero, un’altra volta la farina degli americani, mio padre Carmine portò tutto in campagna, a marcire nei campi, che si doveva fare la fame piuttosto che prendere roba agli altri. Da noi si dice che “chi fatica mangia una sarda, chi non fatica ne magia un secchio”. Ho conosciuto tutti i colori della terra: io alle cave, ai pozzi d’acqua, alle fondamenta, al tabacco, al vigneto. Ho cercato il lavoro in piazza, a giornata, ma sempre fame ho avuto. Un morto di fame. Ho sempre fatto del bene, ma ho sempre incontrato del male. Avrei tante cose da raccontare della mia vita, l’occupazione delle terre, gli scioperi…

 Tratto da Valter Giuliano, "Canti, Pupi e Tarante, Incontri con i testimoni della cultura popolare", pubblicazione del progetto editoriale della Rete Italiana di Cultura Popolare.

 

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